lunedì 13 novembre 2017

Bella Ciao Ras, buon viaggio Guido...

Ras insieme al suo Comandante Maino, in un fotogramma del Film/Documentario di Ivano Tajetti "Noi Partigiani dell'Oltrepò" Ras, che se ne andato, ha raggiunto Maino e tutti gli altri Partigiani e Partigiane che in quella bellissima pagina della nostra Storia che si chiama Resistenza ci hanno regalato un sogno che si chiama LIBERTA'. Grazie Guido Varesi, Bella Ciao "Ras". Tutta la Sezione ANPI Barona Milano, abbruna la sua bandiera, il cordoglio più sincero alla Famiglia ed all'ANPI Broni. Buon viaggio e lungo il sentiero salutaci tutti gli amici e i Partigiani, Partigiane che incontrerai. "Quando muore un Partigiano ci muore un Padre, quando muore una Partigiana ci muore una Madre".  

mercoledì 29 marzo 2017

Ricordando MAINO... Luchino Dal Verme Partigiano.

"Il nostro impegno nelle formazioni partigiane era quello di aprire un fronte in modo da sottrarre energie ai tedeschi, già impegnati sul fronte del Sud. Quindi, più noi li disturbavamo sulla via Emilia, più loro erano obbligati a viaggiare in colonna e ad impegnare più tempo ed energie. Queste erano le direttive degli Inglesi e degli Americani. Naturalmente, con quelle azioni di provocazione, loro dopo un po’ non ne potevano più, venivano su e facevano i rastrellamenti. In principio sbagliando, perché loro venivano con i fucili e noi avevamo le pistole; loro venivano con le mitragliatrici e noi avevamo i fucili; loro venivano con i cannoni, e noi eravamo sempre in ritardo! Le poche armi che avevamo, le avevamo prese nelle loro caserme, o giù sulla via Emilia… Tutto questo avveniva in un ambiente favorevolissimo per la solidarietà totale della popolazione nella nostra zona.
Una volta catturiamo la coda di un reggimento di giovani fiamme bianche, le ultime leve. Avevano preso quelli che si erano presentati, li avevano portati a fare un periodo di addestramento in Germania e ora li chiamavano le fiamme bianche – ragazzi giovanissimi, diciotto-vent’anni. Veniamo a sapere da uno dei nostri uomini della pianura, un ferroviere, l’aveva visto passando non so dove, che stava arrivando da Pavia, in marcia verso Voghera a piedi, un reparto di queste fiamme bianche, che sarebbe passato verso Montebello a un certo momento.
Abbiamo fatto tutti i conti, siamo andati giù, abbiamo lasciato sfilare tutto il reparto e ne abbiamo catturato la coda. Non è che ci interessavano questi ragazzini, ma le loro armi. La sera al buio – loro erano molto a disagio, un loro ufficiale era rimasto ferito – li portiamo su. Due giorni dopo viene da me il parroco di Torrazza Coste e un altro a dire: «Guardate che i fascisti hanno catturato venti civili, venti cittadini di Torrazza Coste, e hanno detto che, se non restituite le fiamme bianche, loro uccidono i venti civili». È inammissibile! Civile con civile e militare con militare. Altrimenti è un ricatto spaventoso! Possono catturare Casteggio e poi dirci di venire giù se no fucilano Casteggio? Siamo pazzi! Insomma, dico: «Va beh, vengo giù io a parlare con loro».
Sono partito per Voghera con lui, un sottoufficiale delle loro brigate, e con la mia vetturetta, con il guidoncino di comandante di brigata, sono andato fino a Voghera a trattare con questo ufficiale. Lui, ferito in ospedale, era un ufficiale che avevo incontrato per caso in Russia, lui ufficiale dei bersaglieri e io ufficiale di artiglieria. «Ma tu eri a Ivanovskij?». «Sei tu che sei nel torto». «No, sei tu». «Comunque – dico – soltanto il fatto di fare una proposta di questo genere dimostra che razza di bastardi siete… Tu sei, insomma eri un uomo d’onore!» Accettano, i civili vengono liberati e cominciamo una trattativa. «Noi siamo disposti a far venire giù le fiamme bianche, sempre che vogliano tornare giù, però voi restituite il tale e il tale» (avevano in mano tre dei nostri).
Arrivo in fondo alle scale dell’ospedale, e trovo due colonnelli tedeschi, penso: «Addio, ci siamo!» Ma quelli mi dicono: «Ci risulta che se queste trattative non vanno in porto voi fucilerete il generale Tal dei tali» che avevamo in mano nostra. Rispondo: «No, non siamo assassini come voi. Il generale è in ottime condizioni. Avete la mia parola d’onore: siamo disposti a cambiare anche lui quando volete, ma con il tale, il tale, il tale» che erano don Rino, Marco, e qualcun altro. E allora il colonnello tedesco, finito il discorso, dice: «Va bene. Lei si sente sicuro a tornare nella sua zona? O vuole la scorta?» Dico: «No, a trattare con gente come voi, se chiedo la scorta, quella può avere l’ordine di spararmi. Quindi non serve». E invece m’han dato la scorta. Arrivo giù in fondo all’ospedale di Voghera, alla porta, e c’è un certo numero di persone di Voghera. E mi applaudono perché ero il simbolo dei partigiani, che erano scesi a Voghera. Dico: «Ah via, adesso andate via, moccatela, lasciatemi tornare a casa, qui non serve a niente se mi fan fuori». Insomma, cerco di andar via veloce, ma i tedeschi, in autoblindo, m’han seguito benissimo. Morale: siamo arrivati fino a una certa zona, e poi l’autoblindo è tornato indietro. Io mi sono fermato, sono sceso, e mi sono rivolto all’ufficiale: «Ai vostri superiori ho detto che la scorta avrebbe potuto avere l’ordine di spararmi. Non è stato così. Porgete le mie scuse al vostro comandante. E magari domattina ci troviamo sulla via Emilia, non so». Ecco, è una storia delle tante che potrei raccontare.
A noi partigiani la popolazione dava un contributo totale. Abbiamo organizzato la raccolta dei viveri, perché non ammettevo che oggi si andasse a farsi dare un bue qui e domani il pane là. Abbiamo fatto un’indagine, mediante i commissari, davvero bravi, e abbiamo retto molto bene, molto bene. Ricevere in casa uno di noi voleva dire farsi bruciare la casa al primo rastrellamento, perché c’era sempre la spia che poi diceva: «Guardate, Luchino faceva capo qui, faceva capo là». Io vivevo in una buca nel bosco, non avevo nessuna casa. E appena era possibile non volevo che gli gli uomini vivessero nelle case, per non esporre nessuno a questo rischio e soprattutto per non sollevare reazioni nei riguardi dei paesi, reazioni che poi si ripercuotevano sulle formazioni In altre zone questo è successo largamente, perché i partigiani hanno esagerato nell’abusare dell’ospitalità del popolo. La buca dove vivevo io, era ricavata nel bosco, e studiata molto bene. Vi si accedeva attraverso un torrentello e, siccome era gelato, non si lasciavano orme. Sulla neve le orme si vedevano, e quando i tedeschi fossero venuti in rastrellamento coi cani ci avrebbero sicuramente beccato. Abbiamo passato tutto questo periodo filtrando attraverso le loro linee, e sempre provocandoli. Poi, nel novembre 1944, c’è stato quel pauroso rastrellamento. Siamo tornati indietro dalla val Curone, dove ci eravamo ritirati, perché venivano avanti in numero enorme, e il grosso dei nostri era andato via, erano rimasti soltanto dei piccoli gruppi.
Uno era qui in casa mia. Quando hanno occupato questa casa, i vecchi di qui hanno approfittato, dicendo loro: «Bravi, siete arrivati! Saccheggiare! Saccheggiare! Portare via!» E hanno svuotato casa mia, in una scena incredibile… Dopo il 25 aprile, ai primi di maggio, io torno a casa, finalmente! Facciamo una festa, c’era anche un ufficiale inglese, qui da noi di collegamento, un certo Bill. Siamo seduti sulla panchina e vediamo arrivare dei carri coi buoi… Cosa fanno, dove vanno? Stavano riportando tutto quello che avevano saccheggiato e nascosto in casa loro per salvarlo: il pianoforte, la federina, la macchina da cucire di mia madre, il trumeau… Cose da pazzi! Di queste cose ti rimane il segno. Nessuno avrebbe mai potuto dire niente; li avevano salvati sotto i portici, sotto casa loro.
Ma torniamo indietro, a quando ci siamo ritirati dalla val Curone. Arrivo qui e in casa ci sono i tedeschi. Dico: «Non
 è possibile, questi qui li becchiamo, si conosce troppo bene il territorio». E da una posizione che conoscevo, ho sparato un colpo di mortaio su casa mia, perché essere uomini liberi voleva dire anche questo: in quei momenti non conta più niente. Quando ero tornato, mi ero affacciato a guardare sulla costa, e mi son detto: «C’è ancora!» Ho fatto finta di niente, però mi faceva piacere che la casa ci fosse ancora. Poi nel giro di poche ore eravamo qui e abbiamo saputo che c’erano i tedeschi e… ci ho sparato sopra. Per fortuna ho sparato male ma loro, vedendo la nostra determinazione, si sono detti: «Piantiamo lì!» e sono scappati, così li abbiamo potuti prendere la mattina dopo, a Costa Pelata, in un combattimento ma grosso, dove son morti due civili, perché i miei uomini erano su a sparare, non c’era da mangiare, e i civili glielo portavano su.
Come si sa, quell’inverno fu durissimo. Noi abbiamo potuto superarlo più facilmente degli altri perché avevamo la solidarietà della gente. Però io ho cominciato allora a sospettare anche infiltrazioni. Difatti in quella buca eravamo in tre, e c’era solo una persona che sapeva dove noi vivevamo: una casa in vista di questa buca. Finestre aperte, o finestre chiuse, lenzuola stese ad asciugare o non distese, voleva dire che c’era bisogno di qualche cosa, o qualcuno mi cercava. Così sapevo cosa succedeva. Era gente che non ha mai chiesto la tessera di partigiano, intendiamoci.
Una volta è nevicato forte: neve, neve e ancora neve. Mannaggia! Bene, male, bene, male, male, male. No, è male! È Bene! No, è bene! È male. Dopo tre o quattro giorni, con molta cautela, ci muoviamo. Però muovendoci si lasciavano delle orme. Per fortuna, noi avevamo questo torrentello vicino, gelato, e soffiando via la neve orme non ne restavano. Era molto buona come posizione se arrivavano i tedeschi, che però avevano paura ad andar fuori strada, perché noi conoscevamo il terreno, loro no. Se i loro mezzi erano estremamente superiori, noi avevamo però l’imboscata, grazie alla nostra conoscenza del terreno. Per loro era il terrore. Bene, un ometto, andando per legna, ha fatto tutta una bellissima pistarella, che dal paese arrivava fino alla cascina, a noi. L’ometto non se n’era neanche accorto: la buca era talmente ben nascosta… La mattina la troviamo: «Addio buca, ormai non è più sicura». L’ho detto ai vecchietti del paese (giovani non ce n’era più, o erano nelle formazioni o erano in Germania), mi risposero: «Non preoccuparti, tu vai avanti, ci pensiamo noi». Il giorno dopo ho trovato tutto un bosco pieno di orme, che davano la netta sensazione di gente che andava per legna. È uno dei tanti episodi. Non parliamo delle segnalazioni. «Guarda che ho saputo da mio nipote, da coso che…» La famosa Radio scarpa. Arrivavano anche notizie fasulle, però la base delle informazioni era quella. Un giorno ricevo una lettera di Longo, bellissima: riconoscimenti, elogi, complimenti… Però finisce dicendo: «Soprattutto mi compiaccio che malgrado le tue origini ti batta per la libertà dei popoli…». Aspetto “Riccardo”, cioè Mordini, un magnifico uomo, un comunista che parlava francese e bestemmiava in toscano. Era un ferroviere di Livorno, che s’era fatta tutta la campagna di Spagna, dove si era anche rotto il naso. E devo dire che è lui che mi ha insegnato a fare certe azioni, la guerra clandestina, ed era d’accordo con me nel correggere il comando, mentre invece tutti, anche il partito, imponevano una formazione di potere più che un’efficacia di azione. “Riccardo” andava e veniva da Milano, col comando generale, il mestiere più difficile che ci fosse, perché era necessaria molta freddezza quella che io non avevo. Bene, lo aspetto perché doveva arrivare da un momento all’altro, e quando arriva gli dico: «Riccardo, qui c’è il mio mitra. Longo non ha capito niente, guarda se questa è una cosa da scrivere…» M’ha fatto camminare su e giù per una strada di notte, con il vento e un freddo cane, a dimostrarmi che aveva perfettamente ragione Longo, che era il massimo dell’encomio che poteva farmi: «Lo vedi che povero Paese, in che mani è! Se penso che domani voi ne sarete gli esponenti e non avete ancora capito niente, voi che siete i migliori, la nostra speranza». Aveva perfettamente ragione, non so se aveva fatto le scuole elementari, però era politicamente preparato: sapeva che cosa diceva, per cosa aveva vissuto. Non so che ne è stato di lui, perché dopo la Liberazione è andato a fare il facchino alla casa delle aste, io che credevo diventasse un grande capo…
Finisce la battaglia per la liberazione di Casteggio, e torno a casa col 25 aprile, e qui trovo un biglietto di Cadorna, il comandante del Cvl, di cui ero stato ufficiale: «Luchino, raggiungi Milano il più presto possibile: bisogna trattare la resa con alcuni reparti qui intorno». Arrivo a Milano il più rapidamente possibile, e lì crollo. La paura: fucilate da tutte le parti, partigiani di Milano che mi bloccano e mi prendono per un fascista, insomma altre pagine durissime. In questo stato di casino totale, mi hanno mollato i nervi: Marco che mi era morto a guerra finita, tante cose… E poi una carica psicologica: «Qui è finita, non voglio più morire. È finita, perché devo morire oggi?»
Mi mandano a Lodi a trattare la resa con questi reparti tedeschi. C’eran già partigiani locali che trattavano, ma i tedeschi non volevano saperne di arrendersi a un gruppettino di paese. Quando mi presento a questo colonnello tedesco, lui dice: «Sta bene. Se ci sono Ciro o l’Americano o Maino, allora accetto di arrendermi». Io mi presento, gli dico due episodi per provare che ero io, ho fatto qualche nome. «Allora lei è Maino, piacere di conoscerla». Ed è avvenuta la resa: venticinque ufficiali venticinque pistole che cadono sul tavolo, tu sei disarmato di fronte a lui che si disarma.
Non ne potevo più, ho detto: «È finita, basta, è finita, torniamo a casa». A casa c’è stato l’episodio dei contadini che riportavano al castello le cose nascoste, e poi quindici, venti giorni di festa, di chiasso, di ubriacature, di uscire dallo straordinario e di rientrare…
Col mio mondo, il calando è stato subito dopo la guerra. Mi sono bruciato quando è arrivato a Milano Umberto di Savoia. A loro non pareva vero di potergli presentare anche un loro esponente comandante di formazione. Ho detto: «Certo che vengo a vederlo, come no? Però sia ben chiaro che se mi dà la mano, io non gliela do, perché ha mancato completamente al suo dovere di responsabile del Paese». Questo mi ha tagliato fuori: «Luchino è comunista!» Poi la stessa gente quando ho fatto una bella azienda, diceva: «Non è vero allora che era un avventuriero». Perché fare il partigiano era un’avventura, ma fare un’azienda per bene no, e allora si corregge il giudizio."

Luchino Dal Verme. Comandante, Partigiano Maino.
Da: Dire, fare e baciare. Luogo di sconfinamenti.

Luchino Dal Verme "Maino" Addio Comandante...

Bandiera abbrunate all'ANPI Barona Milano, e in tutte le ANPI d'Italia, se ne andato un altro grande Uomo, un altro Grande Partigiano. Ci stringiamo forte alla famiglia, ai Compagni a tutte le ANPI dell'Oltrepo Pavese... e riportiamo commossi le parole di un suo "amico" da sempre... Il nostro Presidente di Sezione Ivano Tajetti. 
-Se ne andato un grandissimo Uomo, un grandissimo Partigiano, un Maestro fraterno, uno dei "miei Padri".
Bella Ciao Maino. Bandiere a lutto, vento sulle montagne, stringere i pugni, lacrime agli occhi, profumo di bosco, colore di fiori nei prati, le sue parole i suoi occhi nelle sere estive della mia gioventù, sangue, castagne, un bicchiere di vino, le risate che riempiono il cuore... il dolore.!
… "Tutte le volte che uomini e donne si stringono intorno a qualche cosa che sia un altare, che sia una bandiera, che sia un discorso, che sia una mensa, un battesimo, un funerale è sempre un momento estremamente importante. Prima di tutto perché l’uomo esce dal suo interesse personale, esce dal suo rischio di vita e non è più un individuo, è un NOI. Quando gli uomini diventano un NOI sono una forza enorme, dobbiamo ritrovare la capacità di essere un NOI" …
Luchino Dal Verme
nome di battaglia “Maino”
Partigiano. Comandante della Divisione Garibaldina Gramsci. Oltrepò Pavese.
Milano 25 Novembre 1913. Torre Alberi (Pavia) 29 marzo 2017.


martedì 1 novembre 2016

Il Partigiano "Arturo" su Patria Indipendente.

ARTURO Patria Indipendente.


Il partigiano “Arturo” che portò i corpi di Mussolini e della Petacci a Piazzale Loreto


La scomparsa di Giacomo Bruni, passato alla storia per aver guidato fino a Milano il camion Fiat 634 con i cadaveri del duce, della sua amante e dei gerarchi fucilati a Dongo. Ma “Arturo” ricordava soprattutto le atrocità della Sicherheits Abteilung, un nome tedesco per una banda di fascisti italiani. Della terra buona dell’Oltrepò pavese, circondata da colline e boschi di querce e castagni, Giacomo Bruni, aveva l’aspetto. Condivideva con la gente contadina di Zavattarello, dove era nato ed era tornato subito dopo la fine della guerra, il carattere schivo, riservato e insieme fiero. Saldamente convinto della necessità di testimoniare gli orrori del nazifascismo, non si era sottratto al racconto, anche della missione “più delicata”. Senza farne mai però un’occasione di carriera, magari politica, nella lunga stagione del dopo: in molti gli avevano “tirato la giacchetta”, il partigiano Arturo aveva sempre detto no, un no garbato ma deciso e coerente. Era cresciuto nei campi Arturo, come i suoi quattro fratelli maschi. Era nato il 10 febbraio 1922 a Perducco, un pugno di case sopra Zavattarello, una trentina di chilometri da Pavia. «La mia famiglia fu sempre molto religiosa – spiegava –. La nostra avversione al fascismo non ebbe mai basi ideologiche, eravamo stanchi delle continue guerre della dittatura fascista». Nel 1942 i fratelli Bruni ricevono la cartolina precetto, inaspettata perché sono orfani di padre e Cesare, il secondo, ha già combattuto in Etiopia. Invece sono arruolati tutti e quattro: Cesare viene spedito in Russia, dove finirà disperso; Giovanni e Guido sono arruolati come fanti e diverranno anche loro partigiani. Giacomo è inquadrato nella Divisione alpina Cuneense, pure lui destinato al fronte orientale, ma per le precarie condizioni di salute resta al reparto. L’8 settembre è a Laives, vicino Bolzano, e con il suo Reggimento combatte i tedeschi per tre giorni fino a quando, rimasti senza munizioni e ordini, i militari italiani sono costretti alla ritirata. Giacomo viene catturato dai nazisti a Vicenza, e imprigionato. Riesce a fuggire e tornare a casa attraversando il Po vestito da prete. Non si presenta in caserma dopo il bando Graziani e, per costringerlo, i militi delle brigate nere di Zavattarello arrestano sua madre. Così a marzo 1944 deve consegnarsi ed è arruolato nell’aeronautica repubblichina. Fugge di nuovo e si unisce alle prime formazioni partigiane, scegliendo il suo nome di battaglia: Arturo. Nel curriculum di combattente per la libertà, le fasi della lotta: prima nella banda del Greco (Andrea Spannoiannis), poi nella 87ª Brigata Garibaldi Crespi, comandata da Annibale Sclavi e Carlo Barbieri “Ciro”. Al principio ha in dotazione un fucile da caccia, altre armi non ci sono, e ci si arrangia. Con l’organizzazione si moltiplicano gli attacchi ai presidi repubblichini: durante un’azione Arturo è ferito dalla scheggia di una bomba. Si combattono i nazisti e i militi della famigerata Sicherheitabelung, un’unità autonoma di polizia italiana composta da infiltrati e delatori che conoscono il territorio e riferiscono direttamente ai nazisti. Comandata da Felice Fiorentini aveva esordito proprio a Zavattarello, uccidendo per rappresaglia quattro giovani del paese non partigiani. Poi arrivò novembre e i rastrellamenti della Turkestan, i famigerati “mongoli” che furiosamente uccidono, stuprano, incendiano il castello Dal Verme (ora è un Museo della Resistenza). Ancora una volta, la formazione di Arturo si riorganizza e riprende a combattere: ad aprile 1945 libera Voghera e Pavia e il 27 è a Milano. Ed ecco il racconto di Arturo sulla “delicata missione” a Dongo: «Il comandante Ciro mi scelse con altri undici della mia brigata per una delicata missione. Mi presentò Walter Audisio (Valerio) che ci venne assegnato, con Alfredo Mordini (Riccardo), quale nostro superiore per questo compito. All’alba del 28 aprile partimmo, io alla guida di un camioncino Fiat 121 con sopra gli altri partigiani e una Fiat 1100 con a bordo Valerio, Riccardo, Piero (Orfeo Landini) e altri. La mattina fu molto piovosa. Intorno alle ore 14 arrivammo nel piazzale di Dongo, sulla riva del lago di Como. Consumammo un frugale pranzo nel municipio. Nella sala comunale, per ordine del CLNAI, i più importanti gerarchi fascisti come Pavolini, Barracu, Zerbino e Mezzasoma, furono processati per alto tradimento e condannati a morte. Dopo aver ricevuto i conforti religiosi, verso le cinque del pomeriggio, furono schierati contro la ringhiera del lago e fucilati alla schiena dai partigiani della Crespi, ma anche dai patrioti locali. Non partecipai all’esecuzione. I cadaveri furono caricati nel cassone del camion Fiat 634. Arrivammo al bivio di Azzano e subito dopo giunse l’auto con Valerio, che portava nel sedile posteriore i cadaveri di Mussolini e di Claretta Petacci. Caricammo le due salme sul camion. Il duce indossava una camicia nera con uno stivale scucito dietro, mentre la sua amante indossava abiti eleganti. Voglio precisare, dopo tanti anni, che Mussolini fu giustiziato da Walter Audisio a Giulino di Mezzegra, come disposto dal CLNAI. Arrivammo intorno alle 4 del mattino del 29 a Milano, a Piazzale Loreto. Questo luogo venne scelto perché l’8 agosto del ’44 i nazifascisti fucilarono diversi partigiani ed oppositori del regime. Io e altri commilitoni tirammo i cadaveri giù dal camion e li depositammo in fila lungo un marciapiedi. Tantissimo era l’odio degli italiani contro Mussolini e i suoi gerarchi. Ricordo una vecchietta che voleva strappare gli occhi al duce. Noi la spingemmo indietro, lei prese del terriccio e lo lanciò sui cadaveri. Dovettero intervenire i vigili del fuoco con gli idranti per tenere alla larga la folla ed evitare il vilipendio delle salme». Arturo non c’era più a Piazzale Loreto quando i corpi di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi vennero appesi al distributore. Era tornato al Comando dove da un emissario degli Alleati seppe di aver ricevuto in premio un maialino, per avere ben svolto il suo compito a Dongo. Non lo ritirò mai. Consegnò le armi e tornò a Zavattarello. Si rese solo disponibile, capace autista di camion, a riportare da Bolzano all’Oltrepò pavese i numerosi prigionieri italiani liberati dai lager in Germania. Continuò a vivere in pace come aveva sempre desiderato. Tirando dritto nonostante le minacce di morte dei fascisti, che fino a una decina di anni fa telefonavano a casa sua, assicurandogli che l’avrebbe pagata. Arturo se n’è andato il 17 ottobre 2016 all’età di 94 anni, non aveva più lasciato il suo paese natale dove viveva con una pensione di 500 euro al mese, comprensiva dei 15 euro assegnati per meriti di guerra. Per l’ultimo saluto, nella chiesa di San Paolo a Zavattarello, tutta la comunità locale e i compagni dell’ANPI si sono stretti alla moglie Rosa, ai sette figli, ai tanti nipoti e pronipoti. Il parroco don Leonard, di origini romene, nell’omelia ha parlato di Arturo «esempio da seguire, come quanti si sono sacrificati per la libertà di tutti e hanno tenuto fede ai propri ideali». Durante la messa Ivano Tajetti, Presidente della sezione ANPI Barona, ha voluto rievocare l’amico di sempre, il partigiano che aveva combattuto con suo padre: «Stanotte è sceso dal suo letto, ha preso lo sten che era lì sotto la giacca, si è infilato nel camion, acceso il motore e tranquillo, sereno, con il sorriso più bello del mondo è andato a fare il suo dovere senza indugi e perplessità: una cosa semplice, normale. Ora si aggira per le strade dell’Oltrepò Pavese, di Milano, lungo il lago tra Como e Dongo. I suoi Compagni cantano con lui Fischia il vento. C’è da fermare il fascismo, da difendere l’Italia. Gli alberi, le rocce, le genti regalano carezze. Si sente il profumo delle castagne, il sole sorge tra le vette dei monti, una farfalla si alza tra la rugiada nei campi. Piango! Stanotte ci ha lasciati Arturo, Giacomo Bruni. L’ultimo sopravvissuto di quei quindici ragazzi che a Dongo chiusero i conti con il fascismo. Abbruniamo le bandiere, chiudiamo un attimo gli occhi, sogniamo forte con lui, continuiamo a lottare per far sì che i suoi sogni diventino realtà. È morto un partigiano, è morto un uomo, è morto un mio amico, un mio Padre. Un pallido sole s’alza tra le colline dell’Oltrepò, una donna recita una preghiera, un bicchiere di vino rosso, due vecchi Partigiani si raccontano la loro gioventù; è una favola bellissima che mai dovrebbe finire. Ma gli occhi si chiudono e un sospiro sussurra: “state bene, nè!”. Fai buon viaggio Arturo. Io, stanne certo, camminerò sempre al tuo fianco, attraverso colline, montagne, strade e piazze di città. Il tuo sorriso mi indicherà la strada. Bella ciao, Arturo, non ti fermare, sento tossire un motore, un vecchio camion sbuca dalla nebbia e affronta la salita spinto dal vento». Poi gli abbracci nell’addio commosso e partecipe all’ultimo partigiano di Dongo.

lunedì 17 ottobre 2016

Addio ARTURO... Bella Ciao Partigiano.


Bella Ciao Arturo

Stanotte, è sceso dal suo letto, ha preso lo sten che era li sotto la giacca, si è infilato nel camion, acceso il motore e tranquillo, sereno, con il sorriso più bello del mondo è andato a fare il suo dovere... senza indugi e perplessità una cosa semplice, normale... ora s’aggira per le strade dell’Oltrepò Pavese, di Milano, lungo il lago tra Como e Dongo...  i suoi Compagni cantano con lui Fischia il vento...  c’è da fermare il fascismo, c’è da difendere l’Italia, gli alberi, le rocce, le genti, le regalano carezze, il profumo delle castagne, il sole che sorge tra le vette dei monti...  una farfalla che si alza tra la rugiada nei campi...
Piango.!
Stanotte ci ha lasciati...  Arturo. Giacomo Bruni. L'ultimo sopravvissuto di quei quindici ragazzi che a Dongo chiusero i conti con il fascismo... 
Abbruniamo le bandiere, stringiamo i pugni, chiudiamo un attimo gli occhi, sogniamo forte con lui, continuiamo a lottare per far si che i suoi sogni diventino realtà...!
E’ morto un partigiano, è morto un uomo, è morto un mio amico, un mio Padre... 
Un pallido sole s’alza tra le colline dell’Oltrepò, una donna recita una preghiera, un bicchiere di vino rosso, due vecchi Partigiani si raccontano la loro gioventù, il racconto è una favola bellissima... che mai dovrebbe finire. Ma gli occhi si chiudono e un sospiro sussurra...  “state bene, ne”. Fai buon viaggio Arturo, io stanne certo camminerò sempre al tuo fianco, colline, montagne, strade e piazze di città, il tuo sorriso mi indicherà la strada. 
Bella ciao Arturo, non ti fermare,  sento tossire un motore, un vecchio camion sbuca dalla nebbia e affronta la salita spinto dal vento. 





sabato 20 febbraio 2016

Auguri "Arturo"

20 febbraio 2016.
Oggi il Partigiano ARTURO compie 94 anni. Tutta la Sezione ANPI Barona Milano le augura un felice compleanno e lo ringrazia per tutto quello che ha fatto per NOI nella sua vita.
Un forte abbraccio ARTURO, di stima, d'affetto, di ringraziamento.


venerdì 20 febbraio 2015

DVD... "Arturo" Oltrepò Pavese, Milano, Dongo.


Buon Compleanno... Arturo.


"Arturo" ricorda...

Giacomo Bruni: Ero uno dei partigiani dell’Oltrepo a Dongo, quando sento parlare di fascismo mi viene freddo.

Perduco è un pittoresco paesino del Comune di Zavattarello, in questa
località abita un protagonista della lotta di liberazione, si chiama Giacomo Bruni  di 89 anni,  il quale mi
ha raccontato episodi inediti, che non sempre compaiono sui libri di storia.

D - Quali motivazioni lo hanno spinto ha partecipare alla resistenza?
«I miei genitori furono semplici coltivatori diretti e la mia famiglia
fu sempre molto religiosa. La nostra avversione al fascismo non
ebbe mai basi ideologiche, ma fummo stanchi delle continue
guerre della dittatura fascista. Nonostante, la prematura scomparsa di mio padre, Pasquale Bruni, nel 1930, io e i miei tre fratelli fummo tutti arruolati e partecipammo alle vicende della seconda guerra mondiale. Mio fratello Cesare della classe del 1913 fu arruolato per la guerra d’Abissinia e poi nel 1942 fu spedito sul fronte russo con la divisione “Cuneense” e fu dichiarato disperso nel 1943 e praticamente è morto in guerra. Mentre Giovanni del 1917 e Guido del 1910 furono arruolati come fanti e riuscirono dopo
l’otto settembre a mettersi in salvo e diventare anche loro partigiani.
Quando ritornai dal lavoro dei campi per la mietitura del frumento, il 10 giugno del 1940, seppi della dichiarazione di guerra del duce alle potenze occidentali e mi preoccupai molto. Speravo che la guerra finisse presto, invece nel gennaio del 1942, mi arrivò la cartolina-precetto. Dopo alcuni giorni mi presentai a Cuneo, nella caserma del “IV Reggimento dell’artiglieria alpina” della divisione alpina cuneense ed iniziai l’addestramento. Fortunatamente per gravi problemi di salute, non fui inviato sul fronte russo come mio fratello Cesare. La notte del 25 luglio del 1943, montavo la guardia alla casa del fascio di Cuneo e mi dissero  della caduta di Mussolini, fui contentissimo, speravo che la guerra fosse finita. Con i resti della divisione Cuneense fui trasferito a Laives, in provincia di Bolzano e l’otto settembre del 1943, guidati dal capitano Clavarino, combattemmo i tedeschi per tre giorni e poi senza munizione e ordini, ci ritirammo verso Vicenza. In seguito fui arrestato dai tedeschi e dopo alcuni giorni fuggii e verso la fine di settembre del 1943 ritornai dai miei a Perducco e rimasi nascosto per quasi tutto l’anno. Con il bando Graziani del febbraio del 1944, avrei dovuto presentarmi per l’arruolamento nell’esercito di Salò. Non mi presentai e i militi delle brigate nere di Zavattarello arrestarono mia madre Emilia Crevani. Nel marzo del 1944 dovetti consegnarmi e mi arruolarono nell’aeronautica repubblichina con sede ad Asti e poi a Saluzzo.
Ai primi di aprile del 1944 insieme ad altri commilitoni riuscii a fuggire. Io ed i miei fratelli “senza cartolina precetto” aderimmo alla banda del Greco (Andrea Spannoiannis) situata a Costalta di Pecorara. Presi come nome di battaglia “Arturo”. Successivamente costituimmo un piccolo distaccamento a Perducco. Questa formazione partigiana fu inquadrata nella Brigata Crespi comandata da Annibale Sclavi. La Crespi ebbe anche un cappellano militare: Don Giuseppe Pollarolo, il quale celebrò, ogni domenica le funzioni religiose ed anche i funerali come quello del patriota Umberto Negruzzi (Berto).
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D - A quali eventi bellici ha partecipato?
«All’inizio fui scarsamente armato, addirittura ebbi in dotazione un fucile da caccia. In seguito le armi le recuperai, dopo il disarmo dei presidi nazifascisti come quello di Zavattarello. Nell’agosto del 1944, i repubblichini installano un presidio nel castello di Pietragavina, per poter meglio controllare l’alta valle Staffora. All’alba del 11 agosto del 1944 io ed altri partigiani attaccammo in forze e rimasi ferito da una scheggia di bomba a mano. Dopo mezza giornata di duro combattimento i militi della Sicherheits, si arresero e furono fatti prigionieri. Terribile fu il rastrellamento iniziato il 24 novembre del 1944 con la partecipazione della divisione nazista “Turkestan”, ricordati come i “mongoli”. Durante la loro avanzata bruciarono cascinali, uccisero partigiani e sbandati. A Zavattarello, incendiarono il castello dei conti Dal Verme ed il municipio. Sempre in questo paese, i “mongoli” saccheggiano le abitazione dei contadini e soprattutto stuprano numerose donne, addirittura una ragazza è stata violentata da 14 militari in fila. Questo fu un momento triste per noi partigiani, costretti ad abbandonare i nostri presidi. Con l’arrivo della primavera del 1945, rioccupammo le nostre zone e ci preparammo per la battaglia finale. La mattina del 25 aprile, partimmo a piedi con il nostro comandante Sclavi per liberare la valle Staffora e mentre fummo alle porte di Zodiaco gli aerei alleati bombardarono il ponte sul torrente Ardivestra. Successivamente il 26 aprile entrammo tra la folla esultante a Pavia ed con un camion, il 27 aprile, raggiungemmo Milano ed alloggiammo nelle scuole di viale Romagna. Il comandante della Brigata Crespi Carlo Barbieri (CIRO) con altri 11 partigiani della medesima formazione partigiana, mi scelse per una delicata missione e mi presentò Walter Audisio ( Valerio) che ci venne assegnato, con Alfredo Mordini ( Riccardo),
quale nostro superiore per questo compito. All’alba del 28 aprile del 1945 partii guidando un camioncino Fiat 121 con sopra gli altri partigiani. Con noi parti una Fiat 1100 con a bordo Valerio, Riccardo, Piero ed altri. La mattina fu molto piovosa. Intorno alle ore 14
arrivammo nel piazzale di Dongo, sulla riva del lago di Como. Consumammo un frugale pranzo nel municipio. Nella sala del comune di Dongo, per ordine del CLNAI, i più importanti gerarchi fascisti come Pavolini, Barracu, Zerbino e Mezzasoma, furono processati per alto tradimento e condannati a morte. Dopo che ebbero ricevuto i conforti religiosi, verso le cinque del pomeriggio, furono schierati contro la ringhiera del lago e fucilati alla schiena dai partigiani della Crespi, ma anche dai patrioti locali. Non partecipai all’esecuzione, perché dovetti guidare il camion. I cadaveri furono caricati nel cassone del camion Fiat 634. Arrivammo al bivio di Azzano ed subito dopo giunse l’auto con Valerio, che portava nel sedile posteriore i cadaveri di Mussolini e di Claretta Petacci. Immediatamente caricammo le due salme sul camion. Il duce indossava una camicia nera con uno stivale scucito dietro, mentre la sua amante indossava abiti eleganti. Voglio precisare, dopo tanti anni, che Mussolini fu giustiziato da Walter Audisio a Giulino di Mezzegra, come disposto dal CLNAI. Verso le 20 partimmo ed arrivammo intorno alle 4 del mattino del 29 aprile a Milano e precisamente a Piazzale Loreto. Questo luogo venne scelto perché l’8 agosto del 1944 i nazifascisti fucilarono diversi partigiani ed oppositori del regime. Io ed altri commilitoni tirammo i cadaveri giù dal camion e li depositammo in fila lungo
un marciapiedi. Tantissimo era l’odio degli italiani contro Mussolini ed i suoi gerarchi. Mi ricordo una vecchietta che voleva strappare gli occhi al duce. Noi la spingemmo indietro e lei prese del terriccio e lo lanciò sui cadaveri. Dovettero intervenire i vigili del fuoco, i quali con gli idranti tennero alla larga la folla, per evitare il vilipendio delle salme. In mattinata ritornai in viale Romagna e in seguito al comando, dove mi diedero un premio per il compito svolto. Agli inizi di maggio del 1945, ritornai a Voghera e consegnai le armi. Avendo la patente da camionista, feci numerosi viaggi anche a Bolzano da dove
riportai, in Oltrepo Pavese, i numerosi prigionieri italiani liberati dai lager in Germania. Ancora oggi quando sento parlare di fascimo, mi viene freddo. È un grave errore storico, una vergogna la lapide al castello di Voghera, che ricorda i militi della Sicherheits. Le giovani generazioni non devono dimenticare i nostri sacrifici, i tanti ragazzi morti per la nostra libertà.
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Giancarlo Bertelegni

Ringraziando ANPI Voghera. - http://lombardia.anpi.it/voghera/inarturo.htm